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Il primo passo: Riflessioni preliminari sui caratteri
Preliminare all’elaborazione di questa edizione è stato dunque l’interrogativo sui caratteri da adottare. Era necessario un carattere perfettamente adeguato al testo sacro – un carattere che l’osservatore percepisse con naturalezza come un carattere sacro.
Nel ventesimo secolo si è utilizzata per i messali, per lo più, un carattere della grande famiglia ‚Antiqua’, che oggi con piccole varianti tutti noi conosciamo, leggiamo ed utilizziamo quotidianamente sui nostri computer: Times New Roman (Windows) o Times Roman (Apple). Se negli anni 60 del ventesimo secolo c’erano ancora molti caratteri tipografici in concorrenza tra loro, oggi la maggior parte dei testi adopera questo. Troviamo i caratteri Times in giornali, riviste, libri, istruzioni d’uso, nella pubblicità, qui in Internet e la utilizziamo noi stessi per le nostre lettere personali o d’affari.
Il Lectionarium dà invece forma a ciò che ci ha donato lo Spirito Santo. E’ evidente che per un libro sacro non si possa utilizzare un carattere così quotidiano e banale. Sarebbe del tutto fuori luogo, sarebbe come se un sacerdote si accostasse all’altare per esercitare il suo sacro ufficio vestito come un uomo qualunque.
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La scelta del carattere
Cercando un carattere adeguato, siamo presto arrivati a considerare un Messale che si è posto al servizio dell’oggettivo spirito della liturgia come nessun altro a partire dall’invenzione dell’arte della stampa: il cosiddetto ‚Laacher Missale’ o anche ‚Editio Lacensis’ (1930).
A Papa Pio XI, un tempo bibliotecario, fu consegnata un’edizione del “De Civitate Dei” di Sant’Agostino realizzata dalla Bremer Presse, che era allora unanimemente considerata la prima e la più nobile delle tipografie artistiche tedesche. Intenditore di libri, il Santo Padre le tributò grandissime lodi e sollecitò la realizzazione di un messale della stessa qualità. La casa editrice protestante accolse l’indicazione e si mise al lavoro. Per la consulenza liturgica si rivolse all’abbazia di Maria Laach, che era allora il centro del movimento liturgico della Germania. Dopo anni di lavoro indefesso vide così la luce un Messale in cui anche il più piccolo dettaglio era stato curato con la più minuziosa attenzione, un’opera d’arte, che eccelle tra i messali del ventesimo secolo e che per molti aspetti è diventato un modello di riferimento.
In questa sede sarebbe troppo prolisso descrivere tutti i pregi di quest’edizione. La sua bellezza si basa innanzitutto sui due elementi essenziali dell’arte della stampa: i caratteri e la composizione; entrambi sono stati realizzati in maniera perfetta.
Non c’è quindi niente da meravigliarsi se per questa edizione è stato appositamente coniato un carattere. Antiqua era stato rigettato già all’epoca come troppo scialbo, e si cercava un carattere che già nel suo aspetto recasse un’impronta sacra e che potesse essere utilizzato solo per testi liturgici. Dopo un lungo studio di antichi manoscritti fu infine realizzato un carattere che senza cadere nella trappola dell’imitazione si rifà alla meravigliosa minuscola dell’Alto Medioevo, cioè quel carattere piccolo e vigoroso nel quale sono stati tramandati i libri sacri del cristianesimo. Otto volte – incredibile a dirsi – è stato modellato il carattere completo finché non si è stati soddisfatti del risultato. Si sono dovuti produrre circa 1200 singoli segni per la frase. Sono giunti fino a noi carteggi sulla creazione delle singole lettere.
È stato infine realizzato un carattere che è assolutamente adeguato al testo sacro, che l’osservatore può percepire come sacro nel vero senso della parola. Emerge chiaro e vigoroso. Durante il processo complessivo venivano effettuate numerose prove per assicurarsi che fosse leggibile anche con scarsa luce. Questo carattere è stato utilizzato finora solo per l’Editio Lacensis e andò poi perso nei rivolgimenti della guerra insieme alla moltitudine degli esemplari stampati dell’Editio Lacensis. Con una fatica immane, questo carattere è stato di nuovo modellato in cento ore di lavoro e si può perciò per la prima volta riproporlo.
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L’idea guida nella composizione del Lectionarium
Accanto alla scelta del carattere, un eccellente risultato, nella realizzazione di questo lezionario, è stato raggiunto nella composizione del libro. La bellezza di una composizione risiede innanzitutto nel suo aspetto armonioso. Questo non consiste solo nel mantenere l’equidistanza fra caratteri, nel limitarsi all’uso di una sola grandezza di carattere su una pagina doppia e in molti altri elementi, ma soprattutto in un armonioso riempimento delle singole righe.
La composizione di un libro liturgico, che si articola tradizionalmente su due colonne, lancia sfide straordinarie al compositore. Poiché è impossibile separare sempre le parole come si vuole, è spesso molto difficile, per la brevità delle righe, attenuare gli spazi bianchi tra le parole purtroppo ricorrenti nei libri liturgici. In una visione d’insieme, questi spazi bianchi che si susseguono in più righe consecutive, sono un vero e proprio peccato mortale del compositore che appesantiscono la lettura e distraggono l’occhio. La maggior parte delle edizioni dei Messali del XX secolo ha dato grande valore all’“alleggerimento grafico“ delle pagine, inserendovi illustrazioni e adornando le prime lettere. Alla composizione in senso stretto, però, non veniva in pratica riservata alcuna particolare cura. La qualità tipografica dei Messali era quindi in forte contrasto con il loro aspetto esteriore. L’edizione del “De Civitate Dei” della Bremer Presse è considerata ancora oggi un’eccellente opera di tipografia. Non c’è perciò da meravigliarsi se Papa Pio XI di fronte a questo capolavoro espresse il desiderio di un Messale della stessa qualità.
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La realizzazione della composizione
TIl fatto che nella composizione del Lectionarium siano stati attenuati gli errori abituali non necessiterebbe una menzione particolare. Per poter però raggiungere un elevato livello qualitativo nel riempimento armonioso delle righe non basta inserire i testi predisposti dal computer nelle corrispondenti colonne. Ogni singola riga e spesso ogni singola parola richiedono una correzione a mano.
Il carattere contiene quindi diverse varianti di lettere, che vengono utilizzati secondo diversi criteri. Per esempio ci sono tre varianti della „t“ minuscola: una ‚normale’ che viene utilizzata nella maggior parte dei casi, una versione particolarmente ‚sottile’ che viene per esempio adoperata laddove c’è una doppia „t“ ed una sua variante più larga cui si fa ricorso prima dei segni di interpunzione e alla fine di una riga, affinché questa si concluda in modo più bello. Va sottolineato a questo proposito che il lettore a stento nota le differenze fra questi caratteri. Ebbene sì, caratteri e composizione sembrano assolutamente “normali”.
Ad un’attenta analisi ed operando un confronto tra caratteri, vengono percepite anche varianti relative ad altre lettere. Esse non sono dovute solo alla „vitalità“ del carattere: anche noi, scrivendo a mano, tracciamo alcune lettere in maniera leggermente differente, a seconda di quelle con cui sono in combinazione. Proprio le diverse „larghezze“ delle lettere hanno lo scopo di guadagnare lo spazio che renda possibile la separazione della sillaba successiva per riempire nel migliore dei modi il rigo attraverso un „allargamento“ della parola. Anche se questi dettagli, nella pratica, significano un impegno infinito, restano tuttavia ancora passi nei quali non è semplice ottenere un buon riempimento del rigo con le parole date. Essendo assolutamente esclusa l’idea di apportare delle modifiche al testo, resta la sola possibilità di comporre l’intera unità da capo, a partire dall’inizio, per ottenere una composizione armoniosa attraverso piccole modifiche nei passi precedenti o in un brano successivo.
Il risultato parla da Sé. Dal tempo dell’Editio Lacensis, nell’ambito delle edizioni d’altare liturgiche non esiste alcuna composizione altrettanto armoniosa, nessuna opera tipografica che raggiunga il livello di questo Lectionarium.
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L’Exsultet e l’indicazione delle note
Secondo la buona tradizione antica, il Lectionarium contiene anche l’Exsultet per la Vigilia di Pasqua. Questo per evitare che in questo momento di grande celebrazione si debba far ricorso ad un Messale troppo spesso e poco maneggevole o addirittura a libri rilegati in nero o di modesta qualità per l’intera Settimana Santa.
L’indicazione delle note gregoriane per i messali non raggiungeva il livello delle precedenti edizioni ormai da decenni. A tutt’oggi non esiste nel nostro mondo completamente tecnologizzato da macchine e computer un programma in grado di realizzare un’indicazione delle note che eguagli il livello qualitativo delle antiche edizioni di messali.
Esistono diverse metodologie per impostare le note gregoriane, ma per il loro utilizzo in un’edizione d’altare vengono per lo più meno nel piccolo dettaglio del doppio colore, che non riescono a sopportare. Inoltre tutte queste soluzioni sono state concepite in primo luogo per l’indicazione delle note di piccoli libri di canti. Un semplice ingrandimento degli elementi non è possibile dal momento che lo spessore delle linee, la distanza degli elementi e soprattutto la grandezza delle note in pagine di piccolo formato hanno un rapporto diverso da quello riscontrabile nelle grandi edizioni d’altare. Si aggiunge infine anche il fatto che i dati non permettono libertà assoluta nella collocazione delle note sul testo.
Nel canto gregoriano le note devono stare regolarmente su altre parti delle sillabe, all’inizio o alla fine o anche in un altro posto. A ciò si aggiunge che il posizionamento dipende strettamente dalle altre note della stessa parola nella medesima riga. Non è dunque rimasto altro che mettere a punto per l’Exsultet un sistema comparabile solo con la composizione manuale un tempo praticata. Ogni singola nota ed ogni riga sono state inserite singolarmente a mano. Per ciascun rigo delle note è richiesto un lavoro della durata media di quasi mezz’ora. Regola di base nell’indicazione delle note del canto gregoriano è che la nota è collocata in apice della vocale della sillaba. Le antiche case editrici liturgiche nell’indicazione delle note avevano come punto di riferimento quasi esclusivamente la vocale nel testo sottostante. All’interno di una parola (più lunga), quindi, gli spazi tra le note risultano irregolari e ne consegue un aspetto disomogeneo dello scritto che distrae il recitante.
La Bremer Presse, al contrario, orientava la composizione ad una perfetta omogeneità della distribuzione delle note. Ciò vuol dire che si inserivano prima le note della riga ad una distanza omogenea e si ordinava in maniera corrispondente il testo sottostante. Lo svantaggio di questo metodo consiste nel fatto che nel testo tra le righe non solo ci sono spaziature irregolari tra le sillabe, ma talvolta grossi spazi o un eccesso di caratteri consecutivi. Per il Lectionarium si è scelto un compromesso fra i due metodi. All’interno di una parola le note corrispondenti hanno sempre la stessa distanza; in tutto il rigo gli spazi vengono a questo punto equilibrati.
Ne risulta un aspetto delle note e della composizione che nella sua armonia e bellezza non ha nulla da invidiare alle antiche edizioni.
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Excursus: Il taglio di un carattere
Il Lectionarium, come l’Editio Lacensis contiene per la precisione non uno, ma una molteplicità di caratteri. Accanto al carattere principale sono necessari, per le iniziali e i titoli, peculiari tagli di carattere, poiché non sarebbe così possibile effettuare ad arte una composizione è di conseguenza inammissibile ingrandire semplicemente un carattere. L’ampiezza dei tratti orizzontali e verticali di una lettera tende a diminuire proporzionalmente all’aumento della grandezza, altrimenti le maiuscole sarebbero troppo spesse e antiestetiche. Già per questo motivo non devono solo essere tagliate una volta le lettere maiuscole e minuscole dell’alfabeto, ma una molteplicità di lettere. Per l’Editio Lacensis furono realizzati circa 1200 lettere e segni.
Dal momento che anche per questo una composizione manuale non è più possibile al giorno d’oggi, poiché non c’è più nessuna tipografia che possa stampare tali modelli, va affrontata un’altra parte essenziale del lavoro: la cosiddetta crenatura. Il termine (noto anche con la parola inglese “kerning”) descrive il rapporto tra due lettere di uno scritto. È per esempio subito evidente che la ‘r’ minuscola si lega ad una ‘P’ maiuscola in maniera differente che ad una ‘A’ maiuscola. Un tempo nella composizione presa in esame gli spazi corrispondenti venivano calcolati attraverso carta di seta. Oggi l’addetto al taglio dei caratteri deve stabilire prioritariamente tutti questi spazi. Sono dunque necessari innumerevoli tentativi e stampe delle coppie di lettere parzialmente molto ingrandite per trovare gli spazi adeguati per tutte e per la composizione nella sua totalità.
I caratteri utilizzati da noi tutti al computer sono così ben elaborati e perfezionati che ci appaiono armoniosamente proporzionati. Il più delle volte resta del tutto ignoto al lettore quale lavoro si nasconda dietro una perfetta crenatura, a maggior ragione, naturalmente, dietro un nuovo carattere.
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Excursus: le ragioni di questa prima edizione di un lezionario secondo le rubriche del 1962 nell’anno 2009
Non ha mai avuto un incarico ufficiale né ne ha acquisito i diritti, ma nel ventesimo secolo spettava per lo più alla Pustet, casa editrice di libri liturgici all’epoca dominante a livello mondiale, pubblicare ad intervalli di pochi anni il lezionario corrispondente ad una nuova editio typica di un messale.
A causa della seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze non c’è più stata alcuna edizione degna del lezionario. Nel 1959 l’editore tedesco Pustet lo pubblicò ancora una volta in ridotto numero di copie, ma si vede già dalla grandezza e dall’aspetto che era stato concepito solo per un periodo di transizione. I cambiamenti già da tempo attesi arrivarono presto con il Motu Proprio ‘Rubricarum Instructio’ del beato Papa Giovanni XXIII nel luglio del 1960. Attraverso questo Motu Proprio vennero realizzate quelle che oggi sono generalmente note come ‘Rubriche del 1962’, poiché le nuove rubriche entrarono in vigore all’inizio dell’anno liturgico 1962. Alle prime edizioni dei messali e breviari fecero seguito, già a metà degli anni ’60, sotto il pontificato di Papa Paolo VI le prime edizioni di libri liturgici nelle varie lingue nazionali. Attraverso questo drammatico sviluppo anche questa casa editrice Pustet cadde in gravissime difficoltà economiche e fino ad oggi non è mai riuscita a pubblicare un’edizione del lezionario secondo le “Rubriche del 1962”.
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